IL NEGOZIO

“Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengano il loro equilibrio e la loro salute.”

Platone

Corpo e anima si muovono all’unisono in una danza che ci mantiene in equilibro.

Ma cosa succede se un avvenimento fa mettere in discussione noi stessi e ciò che ci ha dato forza fino a quel momento?

Le nostre convinzioni, le nostre sicurezze, i nostri sentimenti, e il nostro sapere? 

E se scopriamo che gli alimenti con con cui abbiamo nutrito il nostro corpo fino a quel momento, sono gli stessi che ci fanno male?

La dieta mediterranea è il gene distintivo di ogni italiano.  

Per una serie di tradizioni socio-culturali, ogni italiano fino alla fine degli anni ‘90 (e gran parte della popolazione, anche negli anni successivi), è cresciuto seguendo un’alimentazione mediterranea, rispettata più o meno scrupolosamente a seconda delle abitudini alimentari della famiglia di provenienza, dei valori, della collocazione geografica e della possibilità di avere a disposizione cibo fresco e genuino. 

Inoltre, in passato più che ai giorni nostri, le varie generazioni vivevano  a stretto contatto fra loro, quindi capitava spesso che i nonni avessero un ruolo fondamentale nell’educazione dei nipoti. E questo ha avuto un impatto forte nel tramandamento delle abitudini alimentari.

Dal 2010 la  “Dieta Mediterranea” è stata inserita nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco, ma per noi Italiani è una fonte infinita di dolci memorie a cui la nostra mente ritorna con affetto e tenerezza. 

Ricordo le estati passate dai nonni (all’epoca non esistevano i “centri estivi” se non qualche tentativo di intrattenimento da parte delle suore del paese, ma non ero molto incline alle attività da loro proposte, e preferivo la campagna). 

Al mattino scodella di latte con il caffè (latte di mucca munta il giorno prima) e biscotti;

A pranzo: pasta col pomodoro, con olio oppure con il ragù (quest’ultimo raramente);

A merenda: uovo sbattuto e zucchero (uova fresche del pollaio) oppure fetta di pane fatto in casa rispettivamente con: sale e olio, acqua e zucchero oppure con un velo sooooootttilissssimo di crema spalmabile alla nocciola (quest’ultima solo se la procurava la mia mamma quando mi veniva a trovare).

A cena: minestrina, oppure verdura fresca e qualche accompagnamento leggero. 

Prima di andare a letto: tazza di latte.

Queste tradizioni mi hanno trasmesso affetto, senso di appartenenza e sicurezza e mi hanno accompagnato per tutta la mia adolescenza donandomi certezze e stabilità.

E se sopraggiungessero crampi allo stomaco, forti emicranee, eruzioni cutanee e nausea a scuotere il mondo bucolico in cui sei cresciuto?

A me è successo intorno ai 20 anni, quando una concomitanza di avvenimenti, ha fatto si che anche una delle poche certezze rimaste, il mio rifugio sicuro, la mia fonte inesauribile di equilibrio (così pensavo io) fosse spazzata via da un test sulle intolleranze alimentari, fatto senza troppa cognizione di causa. 

“Sei intollerante al lattosio, intollerante al glutine e meglio se limiti lo zucchero”. disse la naturopata. 

E tornai a casa con la lista di cibi consentiti e quella dei cibi non consentiti (molto più lunga della prima), e con tante domande. Fino ad allora, non avevo mai messo in discussione la mia dieta, nel mio mondo, lo stile alimentare con cui sono cresciuta era l’unico possibile. 

E mi chiesi:” E ora? Cosa mi aspetta?”

E fu proprio in quel momento che iniziò il mio viaggio alla ricerca dell’ equilibrio.

E per te, com’è successo?

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